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Nel 1921 l’ufficiale dell’esercito Reza Khan attuò un colpo di stato contro il sovrano Ahmad Qajar. Nei quattro anni successivi Reza Khan soppresse ogni forma di opposizione consolidando il suo personale. Nel 1925 la Majlis (il parlamento iraniano), convocata in seduta speciale, depose l’ultimo rappresentante dei Qajar ed elesse Reza Khan, denominatosi Pahlavi , quale nuovo Shah. Ispirato dalla politica di Kemal Ataturk in Turchia, Reza Shah intraprese un’ambiziosa opera di modernizzazione dell’Iran. Diede un nuovo impulso allo sviluppo dell’industria pesante e delle infrastrutture costruendo un sistema ferroviario nazionale; potenziò l’apparato burocratico dello Stato e migliorò il sistema giudiziario e quello sanitario; si aprì ai costumi occidentali e promosse la parità sociale per le donne.
Contemporaneamente, il nuovo shah operò per indebolire il potere del clero: tolse ai religiosi il monopolio dell’istruzione istituendo la scuola pubblica statale, e li bandì dai tribunali istituendo un sistema giudiziario laico. La modernizzazione, pur favorendo il rapido sviluppo di una classe media di professionisti e di un proletariato industriale, non diede tutti i risultati sperati. Questo perché lo Shah cercò di reprimere ogni forma di opposizione (soprattutto tra il clero) mediante detenzioni senza processo, esili forzati e condanne a morte, che crearono malcontento e disaffezione tra la popolazione.
Nel 1935 il paese adottò ufficialmente il nome di Iran, “paese degli ariani”, accentuando il carattere nazionalista della sua politica. Seguendo tale politica, che mirava a fare dell’Iran uno stato forte e indipendente, Reza Shah si astenne dal coinvolgere troppo la Gran Bretagna e l’URSS nelle vicende del regno, preferendo rivolgersi ad esperti per lo sviluppo delle tecnologie francesi, italiani e tedeschi, e scegliendo la Germania come principale partner commerciale. In seguito all’invasione tedesca dell’URSS, gli inglesi e i sovietici si allearono e l’Iran acquistò un valore strategico fondamentale: le ferrovie iraniane, infatti, divennero indispensabili per inviare in URSS le armi e i rifornimenti anglo-americani attraverso il Golfo Persico. Lo Shah dichiarò la neutralità dell’Iran nel conflitto, ma i britannici accusarono i tecnici tedeschi residenti nel paese di essere spie incaricate di sabotare i pozzi petroliferi della Anglo-Iranian Oil Company e ne chiesero l’espulsione. Lo Shah rifiutò richiesta anche per i buoni rapporti commerciali con la Germania. Nell’agosto del 1941, URSS e Gran Bretagna invasero l’Iran, arrestarono il sovrano e lo deportarono in Sudafrica. Sul trono salì il figlio Mohammed Reza Pahlavi, che dichiarò guerra alla Germania nel settembre del 1943. Con l’occupazione anglo-sovietica le mire delle potenze straniere sui giacimenti di petrolio iraniani si fecero sempre più manifeste.
Tra il 1945 e il 1946, l’URSS favorì la nascita di repubbliche autonome azere e curde, e permise all’Iran di riprenderne il controllo solo dopo avere ottenuto alcune concessioni petrolifere. Il governo britannico, proprietario della Anglo-Iranian Oil Company , continuava a controllare quasi tutta la produzione di petrolio del paese. Nonostante gli accordi presi, le truppe rimasero a occupare l’Iran fino alla metà del 1946, mentre cresceva il movimento popolare, nato negli anni Trenta, che sosteneva la nazionalizzazione dell’industria petrolifera. Il sistema politico iraniano si aprì In seguito alle elezioni per la Majlis del 1944, le prime con una vera competizione elettorale dopo più di venti anni, nacquero diversi partiti politici.
Mohammad Reza Pahlavi occupò il trono il 16 settembre del 1941 desideroso di continuare la politica del padre, ma trovò la forte opposizione di Mohammad Mossadeq, leader dei nazionalisti. Nonostante il suo ruolo di monarca costituzionale lo obbligasse ad attenersi alle decisioni del governo parlamentare, Mohammad Reza Pahlavi si intromise spesso negli affari del potere esecutivo. Ricostruì l’esercito e si assicurò che rimanesse sotto il controllo della corona. Nel 1949, dopo un fallito attentato, il partito comunista (la Tudeh ) ritenuto responsabile, fu messo al bando e i poteri dello Shah furono ampliati.
Nel 1951 la Majlis nominò Mohammad Mossadeq nuovo Primo Ministro, il quale, nonostante l’opposizione dello shah che temeva l’embargo occidentale, preparò subito la nazionalizzazione dell’industria petrolifera. Dei proventi del petrolio lo Stato iraniano otteneva solo le briciole: per esempio, dei 112 milioni di dollari incassati dalla AIOC nel 1947, all’Iran andarono circa 7 milioni. Questo, unito alla diffusa povertà della popolazione, rafforzò le posizioni dei nazionalisti, che di fronte al rifiuto del colosso britannico di ridefinire le royalties, scelsero la nazionalizzazione.
La Gran Bretagna, che impose l’embargo sull’Iran e ricorse, senza successo, alla corte dell’Aja, ruppe le relazioni diplomatiche nel 1952. Gli Stati Uniti, temendo che l’embargo portasse l’Iran (ma soprattutto il suo petrolio) nell’orbita sovietica, decisero di intervenire. La CIA, in collaborazione con i servizi segreti britannici, organizzò un colpo di Stato, e il 13 agosto del 1953 lo Shah nominò il generale Zahedi Primo Ministro. I nazionalisti reagirono e costrinsero lo Shah a fuggire a Roma, ma in pochi giorni i lealisti ebbero il sopravvento e i dirigenti del movimento nazionalista (tra i quali quelli del Tudeh) vennero arrestati e giustiziati. L’iniziale condanna di Mohammad Mossadeq venne cambiata nel confino perpetuo.
Mohammed Reza riprese quindi la politica del padre che intendeva fare dell’Iran una potenza regionale. Riallacciate le relazioni diplomatiche con i britannici, che rimossero l’embargo, a Tehran affluirono ingenti prestiti statunitensi che puntavano a garantirsi la fedeltà dello Shah. La competenza sul petrolio passò a un consorzio di cui le compagnie straniere detenevano il controllo, mentre le industrie statali vennero privatizzate. Migliorarono anche le relazioni con l’URSS, con cui l’Iran firmò accordi commerciali e militari. Lo Shah intraprese anche diverse riforme: la riforma terriera, l’estensione del diritto di voto alle donne e la lotta all’analfebetismo.
Se da un lato queste misure portarono alla formazione di una ricca classe media, dall’altro le condizioni di povertà tra la popolazione non migliorarono affatto. I metodi del sovrano, inoltre, erano quelli tipici di una dittatura: messa al bando dell’opposizione, controllo delle elezioni, forti limitazioni alla libertà di stampa, frequenti interventi della SAVAK, la polizia segreta che contava più di centomila uomini. A pagare il più alto tributo di sangue fu il Tudeh, la sinistra comunista, che venne sterminata.
Il malcontento popolare venne cavalcato dalle gerarchie religiose: nel 1963, dopo un discorso dell’ayatollah Khomeini, esponente di spicco della sciismo, scoppiarono disordini che la SAVAK represse sanguinosamente. Ayatollah Khomeini venne arrestato e poi condannato all’esilio. Lo Shah, sordo alle richieste dell’opinione pubblica, continuò a rifiutare la concessione delle libertà democratiche. Sempre più schiavo della sua megalomania, nel 1971 celebrò i 2.500 anni della monarchia persiana, della cui eredità si riteneva depositario, e nel 1976 riformò il calendario, facendolo partire non più dall’Egira, ma dalla fondazione dell’impero iraniano da parte di Ciro il Grande, offendendo il sentimento religioso degli iraniani.
Queste azioni, recepite come anti-islamiche, finirono per esasperare la rabbia dei religiosi. Lo Shah si ritrovò pressoché isolato di fronte a un nuovo movimento ispirato all’Islam, che riempì rapidamente il vuoto lasciato dalle forze politiche. Crebbe così il ruolo del clero sciita e di Khomeini, che dall’esilio francese, dov’era stato costretto dopo le rivolte del 1963, guidò l’offensiva. Nel 1978 l’Iran fu attraversata da massicce manifestazioni di protesta, incuranti della violenta reazione della polizia.
Nel gennaio del 1979, perso ogni sostegno interno e internazionale, lo Shah fuggì dal paese rifugiandosi prima negli Stati Uniti e poi in Egitto (dove morì l’anno seguente), mentre Khomeini rientrava a Tehran accolto da una folla sterminata.